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mercoledì 8 febbraio 2012
INTERVIEW AND REVIEW ON 'VINCEBUS ERUPTUM' (Italy)
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mercoledì 1 febbraio 2012
REVIEW ON 'HARDSOUNDS.IT' (Italy)

mercoledì 9 novembre 2011
REVIEW ON 'ITALIANCORE MAGAZINE' (Italy)
5/5
lunedì 10 ottobre 2011
REVIEW ON 'ITALIADIMETALLO.IT' (Italy)
9,5/10
REVIEW ON 'ACIDI VIOLA' (Italy)
Di gruppi appartenenti al filone stoner del nostro paese ne abbiamo già parlato a sufficenza in passato, dai Treehorn agli Herba Mate, passando per Dust Inside e chissà quanti altri. Ecco, ora apprestatevi ad aggiungerne un altro alla lista perchè questo Maktub dei pescaresi Zippo, dopo i due precedenti Ode To Maximume The Road To Knowledge, merita di sicuro un posto di rilievo in questo particolare genere.
In uscita a marzo di quest'anno, ascoltandolo vi salteranno subito all'orecchio i riferimenti principali (Tool?Mastodon? fate voi...) e, se siete ascoltatori attenti, riuscirete addirittura a scoprire chi ha collaborato in qualche traccia. Il primo passo, the personal legend, è il passo più pesante. Tre minuti e quaranta secondi che già dalla prima nota vi verranno addosso con tutto il loro peso, tra scariche stoner-metal, schitarrate veloci e una batteria che rotola veloce e mira ad investirti in tutta la sua percussiva potenza. Ed è proprio un gran bell'inizio, che però subisce una brusca tirata di freno a mano quando parte the omens. Il pezzo successivo. La rallentata desertica. Rallentata si, ma non meno pesante. Ci si ferma, a metà brano, in una oasi psichedelica d'introduzione al ritorno delle distorsioni pronte ad accompagnarci fino alla fine del brano. Caravan to your destiny, con un riff in palm-muting che, per un minuto buono, ci tiene per mano, portandoci all'ingresso delle distorsioni, macina casino su casino, e fonde insieme chitarre, batterie e voci, pronte a fermarsi solo a pochi secondi dalla fine. Ed è prendendo spunto dal silenzio dei secondi finali di questo pezzo che fa il suo ingresso in scena, quasi inciampando, man of theory. Qui solo dopo i due minuti prende piede la classica rabbia del gruppo, anche se non disprezza una brusca frenata "pulita" dopo i quattro minuti, con tanto di partecipazione nobile (la voce di Ben Ward degli Orange Goblin). E quanto ci vuole ad un gruppo del genere per arrivare dal deserto alla luna? poco, solo cinque minuti e mezzo. We, people's hearts è uno shuttle diretto verso il cielo, lento a partire (ci mette quasi due minuti ad accendere i motori) ma che quando lo fa comincia a viaggiare in perenne accellerata (anche se la formula giusta sarebbe "in appesantimento"). E al ritorno dalla breve parentesi lunare ci si ritrova in Simum: lenta ed orientaleggiante, è un'oasi nel deserto tra cammelli, caldo, miraggi e impazzimenti jazzcore finali. Devo proprio farlo il nome di Luca Mai? non credo ce ne sia bisogno, in ogni caso il sassofono di Zu e Mombu è lì, a regalare pochi - ma importanti - secondi di casino jazzistico. Il tesoro finale, the treasure, sa essere equilibrato tra calma psichedelica ed incazzature distorte, altalenante e vagamente mathcore. Ed è così che finisce il terzo lavoro di un gruppo che piano piano è diventato una delle colonne dello stoner italiano. "Così è scritto" o almeno, così sembra.
Duebambini
acidiviola.splinder.com
REVIEW ON 'SODAPOP.IT' (Italy)
Ennesimo misero tentativo di scimmiottare i Mastodon (ultimi) e tutta una certa tendenza stonerevolutiva che nei sopraccitati, insieme a Baroness, High On Fire ed una manciata di altri è stata in grado di rinverdire un genere sterile e povero di idee fin dalla sua nascita nei primi anni novanta. I nostrani Zippo ci provano, si sforzano, si spremono, attingendo ad una tradizione musicale anni luce dalla nostra che, ovviamente in una band di New Orleans o Savannah ha ragion d’essere, mentre in una band italiana (o almeno in questa) non ce la fa proprio.Sia chiaro (se ancora non lo sono stato) che la mia aspra critica non va all'esecuzione o alla produzione, entrambe più che impeccabili, ma proprio ai contenuti, agli intenti, all'originalità: tutte tare qui presenti che ancora riescono ad irritarmi. Una band più che perfetta per le seconde (se non terze) file della Relapse, ma che non emoziona, non entusiasma, non produce quell’impeto epico indispensabile in un genere tanto abusato ultimamente. Special guest di Ben Ward degli Orange Goblin e Luca T. Mai degli Zu. Consigliato a chi va a comprare l'insalata di riso già pronta e condita e a chi ascolta lo stoner, ma disdegna i Bathory.REVIEW ON 'DEEP CYCLOID' (Italy)
ENG:
REVIEW ON 'ROCKIT' (Italy)
Di etichette da tirare in mezzo ce ne sarebbero a pacchi. Qualcuno ha parlato di post metal, altri ancora di heavy grunge. In realtà questo "Maktub", terzo lavoro in studio dei pescaresi Zippo, finisce per essere così disorientante, colmo di tasselli e suggestioni, che trovare la via maestra per riuscire ad abbracciarlo appieno è impresa abbastanza ardua. 40 minuti nei quali la band si concede incursioni nei più svariati territori sonori, passando da sfuriate che hanno il sapore di certo progressive metal a cavalcate in bilico tra stoner e psichedelia.Marcello Farno
www.rockit.it
REVIEW ON 'MAGMUSIC.IT' (Italy)
“Chi entra nel deserto non può tornare indietro. Quando non si può tornare indietro, bisogna soltanto preoccuparsi del modo migliore per avanzare. Al resto ci pensa Allah, compreso il pericolo”.REVIEW ON 'ONDAROCK.IT' (Italy)
Gli Zippo sono cinque musicisti di Pescara che si muovono nell'ambito di un heavy-rock caratterizzato da non lievi connotazioni psych, che emergono in particolare nei brani meno abrasivi e più dilatati. Sono proprio questi ultimi a conferire il vero valore aggiunto a "Maktub", il terzo disco della band, in grado di allargare lo spettro musicale proposto dal quintetto, ora non più protagonista di un nudo e crudo stoner-metal, ma alla ricerca di nuove personali contaminazioni.Se nei pezzi più scontati si fa il verso ora ai Metallica ("We, People's Hearts"), ora al potente math-rock di Tool e Mastodon ("The Omens", "Man Of Theory"), altrove gli Zippo cercano elementi maggiormente caratterizzanti, alternando sapientemente la sciabola al fioretto. Emergono fra le righe striature di certo grunge prossimo agli Alice In Chains (nell'iniziale "The Personal Legend"), oppure interessanti avvicinamenti al mondo Faith No More in "Caravan To Your Destiny".
Ma il vero valore aggiunto dell'album emerge, appunto, soprattutto nelle due tracce conclusive, nelle quali l'elemento psichedelico prende il sopravvento sulla furia elettrica, lasciando spazio a crescendo di rara intensità.
A "Maktub" hanno collaborato Ben Ward degli Orange Goblin e Luca T. Mai, il sassofonista degli Zu; il mastering è stato curato da James Plotkin, già in cabina di regia con Isis e Sunn O)))), tutte presenze che conferiscono al disco un respiro internazionale. Le numerose esibizioni live, sia in Italia che oltre frontiera, stanno confermando un crescente interesse nei confronti del quintetto abruzzese.
REVIEW ON 'STEREOINVADERS.COM' (Italy)
Thiess
www.stereoinvaders.com
REVIEW ON 'TAXI-DRIVER.IT' (Italy)
giovedì 7 luglio 2011
REVIEW ON 'STORIA DELLA MUSICA' (Italy)
www.storiadellamusica.it
venerdì 24 giugno 2011
REVIEW ON 'PERKELE.IT' (Italy)
7,5/10

domenica 12 giugno 2011
REVIEW ON 'METALWAVE.IT' (Italy) - TOP ALBUM

REVIEW ON 'ROCKAMBULA.COM' (Italy)

C'è da dire, che la band tre album ha sfornato e tutti e tre sono diversi da loro, quanto meno si riesce a distinguerli facilmente ed ognuno di essi ha un punto di forza. Ad ogni modo con questo "Maktub", terzo disco della loro discografia, Stonino, Ferico, Dave, Sergente e Franz puntano sul connubio della qualità dell' audio con l' aggressività e le atmosfere baritonali. Insomma il risultato è più che buono, e "The Personal Legend", la traccia d' apertura del disco è il perfetto biglietto da visita. "Maktub" è un elegante disco che si fa ascoltare con mera scioltezza: "The Omens" e "Simum" sono particolari tracce in cui il pulsante basso è un elemento portante che dona alle tracce un fascino fuori dalla norma.
Un'altra traccia che bisogna tener sotto occhio, anzi, sotto orecchio è "Man Theory" che vanta la preziosissima collaborazione di Ben Ward, voce dei grandiosi Orange Goblin. Insomma, per verdetto finale, questo "Maktub" è un disco che farà la felicità di molti e a prescindere da ciò, l' Italia non può che vantarsi di avere un gruppo come gli Zippo.
Vincenzo Scilliawww.rockambula.com
REVIEW ON 'METALITALIA' (Italy)
Ci riprovano i nostri Zippo. La tecnica è enormemente migliorata, le capacità compositive appaiono decise e molto meno immature e il distacco auspicato da certi suoni grunge e addirittura nu metal (che avevano compromesso un debutto immaturo e ancora in fase "decisionale") è finalmente arrivato e sembra ora completo. Ma siamo sicuri che la direzione intrapresa dalla band abruzzese sia quella giusta? Renderà loro giustizia? Il problema sembra essere sempre lo stesso, insomma. Lo stesso che caratterizza tante altre valide entità del Bel Paese operanti anche in altri campi, sopratutto quello del post-hardcore, dove a parte dei sublimi imitatori non riusciamo a produrre altro. Se band come i Clutch, i Baroness, i Kylesa e i Mastodon (e questi sono solo i vip, ce ne sono a quintali e quintali di altre valide band simili!) già hanno tappato ogni buco disponibile in questo nuovo ma già inflazionato e sovrappopolato segmento di musica heavy che flirta col rock dei Seventies, perchè continuare ostinatamente a sbracciare per entrare in un mondo ormai saturo e dai tratti sempre più banali, solo perchè ultimamente suona tanto figo? Tutti vogliono farsi crescere le barbone, riempirsi di tatuaggi, scolare bidoni di birra, coltivare questa nuova/vecchia immagine da biker psiconauta, alzare a palla le Gibson e gli Orange, e unirsi alla festa più cool del vicinato...ma la casa qua straborda! Si può senz’altro sfoderare un bel dischetto, certo, come questo “Maktub” in fin dei conti è (anche se il suffisso -etto, ahinoi, non si toglie), ma il lavoro in questione è inevitabilmente destinato a vivere all’ombra lunghissima e inscrollabile di band, come quelle sopraccitate appunto, che questa roba l’hanno prima “inventata” e poi imposta ripetutamente (con merito o meno, ma questo è un altro discorso) su una scena ormai infarcita e satolla da fare schifo. Passa anche la voglia di descrivere più nello specifico le sonorità di un lavoro come “Maktub”, se dicendo semplicemente Baroness, Mastodon e Kylesa si è già praticamente arrivati al nocciolo centrale della questione. Il resto sarebbero solo dettagliucci prolissi che non aiuterebbero a capire meglio il lavoro, e non aggiungerebbero alcunchè a queste righe o al valore della band. Sludge metal, prog e rock seventies, ecco qua, si è detto praticamente tutto, e si torna inevitabilmente alle band sopraccitate. Non che uno lo vuole fare apposta, semplicemente non c’è via d’uscita. Gli Zippo sono probabilmente la migliore band nel genere che ci sia in Italia, ma ancora una volta la ciccia vera sta altrove; e non solo a Savannah in Georgia. Ultima menzione, se può interessare, va fatta alla presenza in veste di ospiti di Luca T. Mai (Zu) e di Ben Ward (Orange Goblin) in due pezzi, ma è troppo poco per riaprire il discorso.venerdì 3 giugno 2011
REVIEW ON 'HEAVYIMPACT.NET' (Italy) - TOP ALBUM

In realtà, già il precedente album sanciva la rilettura dello Stoner Rock degli esordi in maniera personale ed “elevata” rispetto agli standard canonici del genere. “Maktub” però riesce a fare di più; certo, la circolarità ossessiva tipica del genere, non abbandona mai completamente le nuove tracce ma queste si arricchiscono di sfumature e di colorazioni nuove. Siano essi accenti psichedelici, divagazioni di libero progressive o implosioni noise. Le sette tracce presenti risultano complete e non lasciano nulla al caso, sopperendo a qualche episodio che nel disco precedente restava un po’ indeterminato. Ancora una volta l’arma vincente della band, oltre che in una verve compositiva che spiazza per ricercatezza, è il timbro di Dave, capace sempre di creare scompensi emozionali. Un piccolo esempio di quanto detto è rappresentato da “We, People's Hearts”, brano dalle melodie contemplative.
Naturalmente, come da tradizione, anche i temi del disco si discostano da qualsiasi bieca forma di banalità e questa volta prendono spunto dagli scritti di Paulo Coelho e dal suo testo “Maktub”. Uno scritto che enfatizza il viaggio come fecondo esperire, ed anche in questo caso il riflesso dei testi trova completezza nelle strutture sonore tutte, che proprio in virtù del tema concettuale si svelano entro orizzonti sempre nuovi (“Simum” e “Caravan To Your Destiny”, godono dei destabilizzanti latrati del sax di Luca T. Mai degli Zu). Altra presenza di “peso” è quella di Ben Ward degli Orange Goblin, che da il suo cantato roco ed intenso a “Man Of Theory”.
Concludendo, ad oggi gli Zippo sono una delle realtà più convincenti della scena europea. Una band che capitolo dopo capitolo riafferma una crescita musicale senza pari. Loro hanno scelto la via dinamica del viaggio e per questo eludono restrizioni, e per questo necessitano di ascoltatori liberi e curiosi.
Un capolavoro, registrato, prodotto e concepito in casa nostra. Un vero e proprio spartiacque tra chi ancora imita la scena di Palm Desert e chi ha deciso di interiorizzare la stessa e filtrarla attraverso una personalità vibrante ed una qualità compositiva avara di cadute di stile.
'Cammina tante strade, ritorna alla tua casa, e vedi ogni cosa come se fosse la prima volta’. Paulo Coelho.
